Sono seduto stretto stretto tra due energumeni, talmente stretto che li sento respirare nonostante il fragore.
La piccola cabina ondeggia, scricchiola e trema.
Per ingannare la tensione chiacchiero con la ragazza inglese seduta di fianco a me, scoprendo che sembra scoppiata e che si chiama Minerva. Quando capisce che è il mio complanno, intona “Happy Birthday” facendo cantare tutti.
Scambio un cinque con Trevo, che è due posti davanti a me. In quel momento, l’omone dietro di me decide di prendermi in braccio e strapazzarmi un pochino.
Il portellone si apre, l’aria gelida schizza ovunque facendomi rabbrividire. Le persone si fanno avanti, in fila, una a una, uscendo.
Tocca a me. L’omone mi spinge, inesorabilmente.
Oramai non posso fare altro che affrontare l’aria, che mi turbina addosso, la luce, quasi accecante, del pomeriggio, e la vista.
LA VISTA.
Davanti a me… l’orizzonte.
Sotto di me, mille mila quadratini multicolore, tutti per lo più tendenti al verde/marroncino.
No, non sono su una banchina della metropolitana all’aperto.
Sono quattromilaquattrocento metri sopra la Pianura Padana.
Le mie gambe penzolano già fuori dall’areoplanino, le mia braccia sono ancorate alla imbragatura come il mio pilota mi ha ripetuto mille volte.
La situazione si fa tesa, almeno, i miei nervi mi trasmettono ciò. Devo stare tranquillo. Vedrai, due respiri profondi e passa tutt…
Uno e mezzo. Uno e mezzo. Un respiro e mezzo e sento la spinta, vedo l’orizzonte inclinarsi, sento il cuore balzarmi in gola, lo stomaco cercare di scappare e le gambe rimanere sull’aereo.
L’unica cosa che riesco a controllare sono gli occhi. Quelli rimangono accesi per bene, a palla, credo a metà frà il terrore, l’incredulità e l’estasi del volo.
Vedo l’orizzonte tornare al suo posto. Mi ricordo il lavaggio del cervello che mi han fatto a terra, ed eseguo: gambe unite all’indietro, braccia in posizione di volo stabile.
Volo. E urlo. Urlo a più non posso. Mi godo il momento, incurante dell’altro paracadutista a un metro da me, che mi sta filmando, e che tenta gesticolando di farmi interagire con lui :)
60 secondi di caduta libera, 3000 metri di crollo verticale. Una esperienza incredibile, quasi impossibile da raccontare.
Poi, con un ruggito e uno strattone, il paracadute si apre. Siamo a 1500, quota di sicurezza. L’aria è già più calda, ma la vista è sempre quella. Senza punti di riferimento, è dura capire dove si è. Le gambe tremano un po’, per l’adrenalina in circolo.
Due chiacchiere, una occhiata alle altre 4-5 vele che scendono verso terra quasi in formazione, due strattoni ai cavi di comando, che portano più che a curvare a sentirsi centrifugati da una lavatrice, e un atterraggio morbidissimo sull’erba verde del campo di lancio, da cui circa 20 minuti prima l’areoplanino partiva rombando.
Una occhiata al cielo azzurro.
…non è finita qui, lo sai vero? ;-)
Cazzarola ragazzi, che regalo :)))))
Ultimi commenti